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Intervista a Giorgio Conte

*a cura di Emanuela Crosetti per RadioPNR 

 

E' da poco uscito “Un trattore arancio”, il suo ultimo libro. Come nasce e di cosa parla?

Io mi riputo un intruso nel mondo della letteratura. Mi ero accorto che alcuni argomenti han bisogno di più spazio e non possono rimanere nei 3 minuti di una canzone, perciò il passaggio al testo scritto è quasi obbligato. Sono storie, come anche quelle contenute nei due libri precedenti “Contestorie” e “Sfogliar verze”. Ma con questo ultimo testo, invece, sono giunto a una specie di romanzo, in cui i racconti sono legati tra loro e non fini a se stessi. La figura del trattore arancio aleggia costantemente in tutto il libro. Una presenza che è stata compagna di giochi di quando ero piccolo e vivevo in campagna. Mi ha sempre fatto pena, perchè non lo usava mai nessuno. Era sempre in disparte, un po' arrugginito. Io facevo il rumore del suo motore, giravo il volante, ci giocavo. Poi mi sono detto che, forse, con un guizzo di fantasia, potevo metterlo in moto. In realtà io e il trattore arancio ci assomigliamo molto. Lui, coi suoi occhi, ha visto tante situazioni che io ho poi descritto nel libro. E a un certo punto, grazie alle sapienti cure di un meccanico, questo trattore si anima e si porta via, col suo rimorchio, tutti i personaggi che sono stati attorno a lui e che lo hanno spesso un po' trascurato. Così non rimarrà mai più solo.

I personaggi che compaiono sono figure reali o di fantasia?

Sono reali, qualcuno sotto falso nome. Pochissimi di fantasia. Anche se non saprei più fare un elenco di quelli che ho consciuto e di quelli che, invece, avrei voluto conoscere.

E il personaggio a cui lei è più affezionato? Se c'è..

E' un libro pieno di animali. Direi, per non fare torto agli umani, un bel cavallo che ogni tanto mi permetteva di cavalcarlo, docile e paziente. Pulu, che una volta mi ha dato un gran pestone, lo ricordo bene!

Quindi è un libro nostalgico e malinconico?

Direi di no. Sono il primo a non sopportare i piagnistei. Per cui se torno indietro è solo perchè mi piace rivivere certe emozioni, solo per godermele adesso. Sono sempre con me e mi fanno compagnia. Nessuna nostalgia, forse solo rimpianto perchè è stato un periodo meraviglioso ma che è durato poco. Nulla di più.

C'è un filo conduttore che lega tutti i racconti del libro?

Il filo conduttore è la suspence di questo trattore che non si sa bene che funzione abbia, se parte o non parte. Lui e io siamo stati testimoni di un'epoca, di una sorta di saga famigliare. Il filo conduttore è uno sguardo complessivo.


Lo stile utilizzato è quello del bozzetto. Come mai?

Mi piace scrivere quello che vedo. Prima faccio il quardo e poi scrivo. Una sorta di pennellata.

L'anno scorso è uscito “Come quando fuori piove”. Come nasce e cosa mi può dire degli effetti sonori molto particolari che ci sono all'interno?

Questo disco nasce perchè il mio solerte manager mi ha detto: “Sono 9 anni che non esce un tuo disco, è ora di farlo!”. Gli risposi che non ne avvertivo una particolare necessità. Tuttavia mi sono messo ad assemblare una dozzina di canzoni, tra cui una anche di mio fratello Paolo. E' un disco fatto in casa, non nel senso di semplice, ma nel senso di registrato a casa mia grazie al mio collaboratore polistrumentista che mi ha aiutato. Gli effetti speciali sono congeniali al clima delle canzoni: dal flauto di pan all'armonica a bocca suonata da me (che non la so suonare) per simulare il sibilo del motore che cerca di farsi largo tra le nuvole e le Alpi, fino al canto dell'aquila. Sono tutti effetti caserecci, spontanei, naturali. Nessuno frutto di particolari elaborazioni elettroniche.

E come mai questo titolo che ricorda le carte da gioco?

Nasce dal singolo dell'album. Mi piaceva, è un acronimo, un promemoria per i giocatori di carte. In realtà è anche una frase di senso compiuto. Come quando fuori piove: cosa succede? Niente. Si sta in casa, con il gatto in grembo che ti fa le fusa e la finestra chiusa. Un bozzetto.

Perchè registrarlo proprio in casa?

E' un'idea che è venuta dopo. Lo si può fare oggigiorno perchè c'è il computer: sei in casa tua, il tuo studio che diventa sala di registrazione, con i tuoi tempi senza tecnici nervosi o tassametri che girano. Se vuoi far merenda, vai in cucina. Ormai il computer è in grado di far un disco di alta qualità. E poi in casa mia c'è il mio pianoforte, anche se sgangherato, ci sono le mie chitarre, la batteria che avevo da bambino, con i suoi piatti naif. C'è tutto un contorno che aiuta a riprodurre uno stato d'animo: quello delle canzoni.

E' possibile fare un “bozzetto” su quelle che sono le tematiche di questo disco?

Ci sono sempre io, con le mie fantasie del passato e che parlo di argomenti seri come la morte. Mi riferisco a “Continua così”, dove mi racconto un po' e dove spiego che la vita mi ha fatto dei gran regali, ma mi ha anche creato dei problemi. La ringrazio per quando è arrivata a dirmi che c'è tempo a pensare al contraltare della vita, a quella signora, “Magna Catlina”. E poi c'è, ad esempio, una grande canzone di Paolo, che si chiama Monticone: un affresco su una umanità, quella contadina che ha fatto fatica a stare in piedi dopo che, col trascorrere del tempo, le campagne sono state abbandonate e i giovani si sono spostati in città. Monticone lo si vede dietro una finestra in un alloggio a Torino, probabilmente a casa di un figlio pietoso e di una nuora tollerante. E quando la finestra si apre di più, a lui tornano in mente i ricordi di gioventù, quando andava a ballare sul ballo a palchetto, aveva la barba e il profumo di lillà. E le donne gli davano una certa carica. Poi danza con una lei, le offre del tamarindo. E torna a casa, guarda il cielo e diventa vecchio.

Come mai scegliere di inserire dentro l'album la canzone di suo fratello Paolo dal titolo "Monticone"?

Perchè è una canzone che io ho sempre ricordato. Lui non l'ha mai cantata. L'aveva inizialmente interpretata Gipo Farassino. Gli ho chiesto se potevo, gli ho fatto sentire come la eseguivo e lui mi ha detto che non c'era alcun problema. L'unica cosa che si raccomandò fu: “Dì solo che è mia!” (ride)