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Dalle 14:04 alle 14:29
David Netwark
David

ON AIR

M y s t e r y T r a i n N . 3 8 4 1 6 - 1 9 N o v e m b r e 2 0 1 7 “ T o m I n R o c k & R o l l H e a v e n “

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M y s t e r y T r a i n N . 3 8 4 1 6 - 1 9 N o v e m b r e 2 0 1 7

“ T o m I n R o c k & R o l l H e a v e n “

D i s c h i d e l l a S e t t i m a n a :

M i n d i A b a i r And The B o n e s h a k e r s - “The Eastwest Sessions”

( Pretty Good For A Girl )

In tour con gli Aerosmith, sul palco con Bruce Springsteen, sul set cinematografico al fianco di Al Pacino e poi una serie infinita di apparizioni in dischi di Keb Mo, Gregg Allman

e Bobby Rush; ma anche di Booker T.Jones, Lalah Hathaway e Teena Marie, per citarne

solo alcuni. Otto dischi solisti all’ attivo, sempre all’ insegna della grande musica: una

elettrizzante sintesi di soul, blues, rock, jazz, funk e r’n’b. Queste, in pillole, le invidiabili referenze della talentuosa sassofonista e cantante californiana. Da un paio d’ anni, poi,

questa nuova, eccitante esperienza con la celebre band di Detroit, Michigan guidata dal

chitarrista Randy Jacobs e dal cantante Sweet Pea Atkinson ( Was Not Was, Bonnie Raitt,

Lyle Lovett ). Amore a prma vista sul palco del Newport Jazz Festival e subito un sorprendente album dal vivo registrato un paio di anni fa a Seattle, Wa. al loro secondo ( ! ! ! ) concerto. Tutto vero e intesa fenomenale. Il nuovo lavoro, inciso a Los Angeles nei famosi Eastwest Studios è un’ ennesima conferma delle straordinarie qualità di Mindi e del grandissimo valore dei suoi nuovi compagni d’ avventura. Disco sfavillante e spettacolare, che esalta le doti stratosferiche della Abair, intenta a soffiare con passione nel suo sax, senza mai risparmiarsi. In gran spolvero anche Atkinson, che si ritaglia uno spazio personale in “Let Me Hear It From You” , sontuosa ballad incisa da Sly & Family Stone nel

1967. Due gli ospiti speciali : Joe Bonamassa in “Pretty Good For A Girl” e Fantastic Negrito in “She Don’t Cry No More” . Dice di lei il saggio Bobby Rush. “Mindi suona il sax come fosse un’ armonica e lo fa con un autentico entusiasmo blues. Comprende, ama e

protegge il blues e benchè arriva da L.A., la sua casa ideale si trova nel Mississippi”.

Julian Fauth - “The Weak And The Wicked The Hard And The Strong” (Electro-Fi)

Il pianista e cantante canadese – nato in Germania, cresciuto a Kitchener, Ontario e stabilitosi a Toronto nel 1996 – giunge al quarto appuntamento con l’ incisione e conferma

la sua fedeltà nei confronti dell’ etichetta diretta da Andrew Galloway. L’ album, dal titolo

chilometrico, prende spunto da una serie di concerti organizzati da CIUT Radio di Toronto,

con un programma dedicato agli eroi e ai criminali della tradizione americana. Memore

dell’ insegnamento di grandissimi pianisti blues del passato quali Memphis Slim, Roosvelt

Sykes e Leroy Carr, ma altresì padrone di uno stile personale, articolato e visionario, Fauth

rilegge la tradizione in maniera del tutto originale. E così, accanto ai ben noti “Casey Jones”, “Frankie And Johnny”, “Cole Younger”, “Betty And Dupree” e “John Henry” affianca

qualche nuova creazione ( “Bad John”, “Dan”, “So Far Down” ) e si congeda, un po’ a sorpresa, con una versione introspettiva, sognante e intimamente bluesy di “Blowin’ In The

Wind”, intramontabile inno pacifista del primo Dylan.

R o b L u t e s - “ W a l k I n T h e D a r k “ ( Lucky Bear )

Ancora Canada, questa volta dalle parti di Montreal. E’ qui che facciamo la conoscenza di Rob Lutes, apprezzato songwriter che pone il suo stile all’ incrocio tra blues, folk, Americana e moderna canzone d’ autore. Ben coadiuvato da alcuni dei più validi musicisti

roots e blues canadesi, Lutes confeziona il settimo album in carriera e ci colpisce per la atmosfera sobria, pacata e rilassante, che si respira sin dalle prime note. Canzoni che lasciano il segno per il sottile umorismo e la colloquiale profondità, in cui è possible immergersi e lasciarsi andare. La voce, ammiccante e “soulful” del titolare e il delizioso

clima country-blues completano il quadro. Una dozzina di titoli autografi – unica eccezione

la poco nota e sofferta “Rocky Mountain Time” di John Prine – con un paio di piccole sorprese. Un omaggio all’ armonicista blues James Cotton ( “There’s No Way To Tell You That Tonight” ) e il breve strumentale “Spence”, dedicato proprio a Joeph Spence, celebre cantante e chitarrista di Nassau, Bahamas.

Dan Zanes And Friends – “Leadbelly, Baby !” ( Smithsonian Folkways )

Il nome di Dan Zanes, classe 1961, da Exeter, New Hampshire, è già famoso negli anni ‘80

quando la prestigiosa rivista “Rolling Stone” elegge i Del Fuegos, sua creatura bostoniana,

“Miglior Nuova Band” per il 1984. Quattro albums distribuiti in quella decade, un hit single

e consensi unanimi da parte di pubblico, critica e colleghi. Anche Springsteen sale sul palco a divertirsi con loro. Poi il matrimonio, la prole e il ritiro dalle scene ufficiali. Ma la passione musicale non demorde e anzi si trasforma nel piacere di suonare insieme ad altri musicisti, anch’ essi genitori. Canzoni per l’ infanzia, naturalmente, ma non solo…R’n’r, blues, folk e country sono sempre presenti e scalpitanti. Insomma, musica che accomuna grandi e picccoli…Musica per Famiglie ! La formula, davvero azzeccata, diventa un nuovo genere. Si susseguono parecchi dischi, tutti ad alto livello e gli amici chiamati a dare una mano sono veramente tanti. Tra i più noti ecco spuntare Sheryl Crow, Suzanne Vega, il compianto Lou Reed, Rosanne Cash, John Doe degli X, Simon Kirke dei Bad Company.

Altro che cattive compagnie…Il nuovo, recentissimo capitolo è forse il più entusiasmante. Zanes ritorna al suo primo grande amore giovanile: quel Leadbelly, i cui preziosi dischi il

giovanissimo Dan prendeva a prestito dalla biblioteca pubblica. Una rivelazione, un nuovo mondo…E l’ amore per le canzoni infantili arriva proprio da lì. Huddie Ledbetter, gigante buono del blues e del folk amava esibirsi e cantare per i bambini. “Leadbelly, Baby !”- titolo davvero idicativo – ha una “songlist” costituita dalle più note canzoni infantili del colossso

di Mooringsport. Il disco è un’ assoluta meraviglia, accorato e scherzoso e la parata di “amici” è anche qui , quasi infinita. Il reparto “celebrità” comprende la giovane Valerie June

e il menestrello britannico Billy Bragg. Un nutrito numero di “rappers” regala un tocco di piacevole modernità a questi “classici” senza tempo . “More Yet”, “Rock Island Line”, “Julie Ann Johnson”, “New York City”, “Ha-Ha This-A-Way”, una strepitosa versione di “Cotton Fields”, cantata in parte in spagnolo. Per citare qualche titolo. Canzoni che funzionano a

meraviglia se ascoltate e canticchiate insieme ai propri figli…Parola di papà !

L e A l t r e N o v i t à :

Kelly Z, Lara And The Bluz Dawgz, Andrea Marr, Bobby Kyle, Corey Dennison Band,

Chris Daniels & The Kings With Freddi Gowdy, Brett Perkins & The Pawnshop Preachers,

Jimmy Carpenter, Preservation Hall Jazz Band, Albert Castiglia, Webster Ave., Bodinrocker, Michael Lanning, The McKee Brothers, Cassie Keenum & Rick Randlett,

Sabrina Oggero Viale & Alberto Marsico.

D a l P a s s a t o :

Tom Petty & The Heartbreakers, Leadbelly.

B e n v e n u t i A B o r d o !

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M y s t e r y T r a i n - “ B l o o d S w e a t & T e a r s B l u e s “

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D i s c h i d e l l a S e t t i m a n a :

H a m i l t o n L o o m i s - “ B a s i c s “ ( Ham-Bone )

L’ ex-bambino prodigio di Houston, Texas, coccolato da celebri conterranei quali Joe Hughes e Johnny Copeland e portato in palmo di mano niente meno che da Bo Diddley, autentica icona del r’n’r, licenzia il suo nuovo lavoro e lo fa ancora una volta con una lucidità sbalorditiva. Al di là dell’ intrinseco valore musicale, peraltro molto elevato,

l’ album assume anche un aspetto sociale molto rilevante. Con “Basics” infatti il cantante

e chitarrista texano accende i riflettori sull’ iperinsulinismo, una rara malattia caratterizzata da un altissimo livello di insulina nel sangue e conseguente forte riduzione

del glucosio. Il morbo ha colpito il figlioletto di appena tre anni ed Hamilton si è fatto promotore di una vera campagna di sensibilizzazione pubblica. Il primo brano della raccolta – “Sugar Baby” – è espressamente dedicato ai bambini malati, alle famiglie che li

accudiscono con amore, ai medici che si prodigano nelle cure e agli scienziati impegnati

nella ricerca di nuovi farmaci. Qui, come in tutte le altre dodici composizioni originali della

raccolta, Loomis sfoggia il suo scintillante marchio di qualità; una bollente miscela di funk

profondamente “groovy” e blues rock innervato di soul. Hamilton non dimentica di essere

stato un talento precoce e trasforma l’ ultimo brano – “Funky Little Brother” – in una sorta

di lunga e febbrile Jam, in compagnia di tre giovanissimi chitarristi locali, di età compresa

tra i tredici e sedici anni. Rockin’ with The Boys…

J o h n n y R a w l s - “ W a i t i n g F o r T h e T r a i n “ ( Catfood )

Curriculum davvero invidiabile quello di Johnny Rawls. Ai tempi della “high school” già al

seguito di stelle di prima grandezza quali ZZ Hill, Joe Tex e le Sweet Inspirations e poi, poco

più che ventenne, direttore musicale prima per O.V.Wright e poi per Little Johnny Taylor. Due autentiche leggende del “deep soul”. Oggi, il sessantaseienne cantante mississippiano

( Columbia, 1950 ) è un elegante “gentleman” sudista che continua a sfornare pregevoli opere di soul blues di stampo tradizionale, ma sempre al passo con i tempi. Con una nutrita serie di riconoscimenti e “nominations”, maturati nel corso delle ultime stagioni,

Rawls festeggia il ventennale del felice sodalizio con l’ etichetta texana di El Paso, diretta da

Bon Trenchard e pubblica un altro album di indubbio valore artistico. Come sempre accompagnato dai fedeli Rays – Trenchaard al basso – Rawls elargisce dieci nuove brillanti

incisioni. Sei le originali e quattro le “covers”, provenienti dai repertori di Bobby Womack,

Tyrone Davis, Syl Johnson e addirittura Bob Dylan ( “I Shall Be Released” ). In copertina

Johnny è ritratto sul marciapiede di una stazione, con un treno in arrivo. Cappello, cappotto e bastone da passeggio: un autentico gentiluomo del Sud…

Wee Willie Walker And The Anthony Paule Soul Orchestra - “ After A While”

( Blue Dot )

Il giovane Willie Walker era già una piccola stella del gospel, quando lasciò la nativa Memphis nel 1960. Destinazione Minneapolis, Minnesota. Successivi frequenti ritorni nella

città del Tennessee, con incisioni per le leggendarie Goldwax e Checker. Ma soprattutto un

gran lavoro nelle “twin cities” ( Minneapolis e St. Paul ), non solo gospel ma anche soul e blues con varie formazioni. Da ricordare le eccellenti incisioni con i Butanes del chitarrista

Curtis Obeda. Da qualche anno Walker si è spostato artisticamente a ovest e ha trovato una sistemazione ideale nella Baia di San Francisco. Due recenti ottimi lavori per Little

Village Foundation, l’ etichetta “no profit” del tastierista Jim Pugh, e adesso questo straordinario affresco soul blues, insieme all’ orchestra dell’ impeccabile chitarrista Anthony Paule, da quattro anni “house band” ufficiale del prestigioso Festival Soul di Porretta Terme. Reduci da tre stupendi lavori con Frank Bey, altro super “soul singer”,

Paule & Co. srotolano un invitante tappeto sonoro, su cui Walker può dare libero sfogo

al suo strumento vocale incredibilmente “soulful”. I paragoni si sprecano: Ray Charles,

Sam Cooke,Otis Redding…proprio gli assoluti maestri del genere. I meravigliosi brani originali, firmati quasi sempre dalla manager Christine Vitale, che sembrano già dei

“classici” e le “covers” scelte con estrema accuratezza, si spartiscono quasi equamente

il gustosissimo programma. In testa la sognante “title-track” e la favolosa “I Don’ t Want

To Take A Chance”, mid-tempo da brividi firmata dal songwriter sudista George Jackson ed eseguita all’ epoca - anni ’60 – con il partner Dan Greer. In “Lovey Dovey” , cavallo di battaglia dei Clovers nel lontano 1956, Walker duetta con Terrie Odabi, talento emergente della Bay Area. Grande soul, grande musica…Disco stellare !

S h e l l y W a t e r s - “ S h e l l y W a t e r s “ ( Autoprodotto )

Terzo appuntamento discografico per l’ avvenente cantante e chitarrista di origine cajun.

Nata e cresciuta in una fattoria nei pressi di Rayne, Louisiana, la piccola Shelly, che di

cognome fa anche Pellerin, ascolta tanta musica in famiglia: soprattutto swamp pop, vecchio r&b e rock’ n’ roll. Talento precoce, a soli 11 anni è gia sul palco iniseme ad una

cajun band e, poco dopo, a guidare una propria creatura più orientata verso il country.

Tra un impegno musicale e l’ altro riesce anche a partecipare al concorso “Miss Louisiana America”. Di lì a poco saluta la sua terra e inizia a viaggiare attraverso gli States: dapprima

in Texas e poi in South Carolina ( Charleston ), dove pubblica l’ album d’ esordio sotto la guida del pianista Gary Erwin ( Shrimp City Slim ). Nel frattempo diventa capitano della

Guardia Costiera e vive per otto anni su una barca a vela. Dopo il secondo album (“Drive”),

si trasferisce nel nord-est : località prescelta Portland, nel piccolo Maine., dove risiede tuttora. Nel nuovo lavoro, la bella Shelly ci propone ciò che ama maggiomente: blues, country e rock, miscelati con un feeling sincero e molto personale. A partire dall’ iniziale

“Drink The Water”, quasi un piccolo omaggioa Etta James. I dodici titoli in scaletta sono

tutti originali, eccezion fatta per “Red Red Wine”, che porta la firma di Neil Diamond e una

emozionante versione di “Louisiana Rain”, vecchio classico di Tom Petty che sembra essere

stato scritto apposta per lei…

L e A l t r e N o v i t à :

Mindi Abair And The Boneshakers, Erin Harpe And The Delta Swingers, Casey Hensley,

The Reverend Shawn Amos, Andrew Chapman a.k.a. Jo Jo, Ghalia & Mama’ s Boys,

John Pagano Band, Downchild, Popa Chubby, Mojo Monkeys, Altered Five Blues Band,

Passerine, Judy Nazemetz, Janiva Magness, The Sherman Holmes Project, Terry Robb.

D a l P a s s a t o :

Etta James, Al Green, Blood Sweat & Tears, Roosvelt Sykes.

B e n v e n u t i A B o r d o !

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M y s t e r y T r a i n - “ S o L o n g , M r . D o m i n o ! “

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D i s c h i d e l l a S e t t i m a n a :

L e w J e t t o n & 6 1 S o u t h - “ P a l e s t i n e B l u e s “ ( Coffee Street )

Già noto come metereologo e presentatore televisivo e radiofonico, Lew Jetton è ormai anche bluesman a tempo pieno. Questo quarto lavoro segue a breve distanza il notevole

“Rain” del 2016. In quel disco c’ erano tre canzoni dedicate alla pioggia . Niente male per

un esperto di previsioni del tempo…”Palestine Blues”, con un titolo di sapore mediorientale,

ma che si riferisce anche al quartiere/comunità di Paduch, Kentucky dove Jetton risiede da

anni,scava nel profondo e mette a nudo le debolezze e i lati oscuri del cantante e chitarrista

nativo di Humboldt, Tennessee. Strumentazione ridotta all’ essenziale, con solo chitarra,

basso (Otis Walker) e batteria (Erik Eicholtz) e l’ armonica di J.D. Wilkes che fa capolino in un paio di occasioni. “Blues to the Bone”…

K a l o - “ W i l d C h a n g e “ ( Something Blue )

Quarto album anche per Bat-Or Kalo, giovane cantante e chitarrista israeliana, stabilitasi da tempo a Oklahoma City. La talentuosa artista guida con piglio sicuro un classico triangolo blues-rock – semplicemente Kalo – formato anche dal bassista Mac McKinney e dal batterista Mike Alexander. “Wid Change” conferma e rafforza lo stile fiero e appassionato espresso nelle prove precedenti , ma ne leviga i contorni più spigolosi , concedendo più spazio a soul e r’n’b con l’ inserimento di una sezione fiati in due degli undici titoli originali. Il “cambio”, tutto sommato, non è stato poi così “selvaggio”…

S a v o y B r o w n - “ W i t c h y F e e l i n ‘ “ ( Ruf )

Da più di cinquant’ anni Kim Simmonds guida con passione la sua creatura musicale

chiamata Savoy Brown. Il gruppo si formò infatti nel soborgo londinese di Battersea nel

lontano 1965, in un periodo di grande fermento per il giovane e scalpitante blues britannico. La band , che nel corso di mezzo secolo ha cambiato più volte formazione, ha

all’ attivo una trentina di albums, publicati da diverse etichette. Simmonds, stabilitosi a

New York City nel 1979, attratto dall’ affetto sincero che il pubblico americano gli aveva sempre espresso, sta vivendo in questi ultimi anni un periodo di rinnovata e felice creatività.Lo testimoniano i recenti interessanti lavori , tutti editi dalla tedesca Ruf Records.

Il nuovo “Witchy Feelin’“ non fa eccezione e affronta ancora una volta il tema macabro del

maligno e dell’ ignoto, ma sempre con una buona dose di autoironia. Rock-blues di stampo

tradizionale, potente ed impetuoso, con un’ apertura finale ad un suono più morbido, nel

dolce strumentale “Close To Midnight”. Insieme a Simmonds Pat Desalvo (basso) e Garnet

Grimm (batteria), ancora un proverbiale triangolo rock-blues. Produzione affidata al noto

Ben Elliott, che di queste cose si intende parecchio…

B e n n y T u r n e r - “ M y B r o t h e r ‘ s B l u e s “ ( Nola Blue )

La carriera musicale di Benny Turner, fratello minore dell’ indimenticabile Freddy King, ha

avuto un forte impulso a partire dall’ eccellente “When She’ s Gone”, album pubblicato lo

scorso anno. Il 2017 ha portato poi “Survivor”, l’ interessantissima autobiogrfia firmata a

quttro mani con il critico Bill Dahl e questo nuovo lavoro, un affettuoso tributo al fratello

maggiore, scomparso prematuramente nel 1976. Nel corso della sua lunga attività, iniziata

nei tardi anni ’50, Turner ha legato il proprio nome non solo a quello del fratello, seguito a più riprese fino a quel drammatico dicembre del ’76, ma ha lavorato come ottimo bassista

presso altri grandi artisti, quali Dee Clark, The Soul Stirrers e Marva Wright, straordinaria

e compianta “chanteuse” di New Orleans. “Il Blues di Mio Fratello” raccoglie undici brani

appartenenti al repertorio di Freddy , che brillano intensamente e spaziano tra soul, blues

e r’n’b. Il disco, frutto di registrazioni avvenute a New Orleans e Austin, Texas, è veramente

una delle opere più appetitose degli ultimi mesi e merita di ascoltato con grande attenzione.

Super consigliato.

L e A l t r e N o v i t à :

Lara And The Bluz Dawgz, Andrea Marr, Kings & Associates, Al Cortè, James Armstrong,

Chris Daniels & The Kings with Freddi Gowdy, Leonard Griffie, The Gordon Meier Blues

Experience, The Halley Devestern Band, Lynne Hanson, The McKee Brothers, Webster Ave.,

Wee Willie Walker And The Anthony Paule Soul Orchestra, Kermit Ruffins & Irvin Mayfield,

Kyle Huval And The Dixie Club Ramblers, Blind Lemon Pledge And Friends, 61 Ghosts,

Dan Zanes And Friends, Geoff Alpert.

D a l P a s s a t o :

Fats Domino, John Lennon, Freddy King,

B e n v e n u t i A B o r d o !

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M y s t e r y T r a i n - “ O n c e M o r e F o r T a m p a R e d “

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D i s c h i d e l l a S e t t i m a n a :

A n t r y - “ D e v i l D o n ‘ t C a r e “ ( Tres Lobas )

Non ancora diciottenne, Steve Antry scopre il blues e il suono dell’ armonica lavorando

come riparatore di binari per le Ferrovie di Tulsa , Oklahoma, la sua città natale. In seguito

molto sport ( arti marziali e hockey su ghiaccio ) e un lungo periodo di apprendistato nei

cori gospel locali, dove affina e perfeziona le notevoli qualità vocali –tre ottave di estensione-

e approfondisce la crescente fede religiosa. Ma la carriera artistica stenta a decollare e viene soffocata dall’ attività di uomo d’ affari e dalle responsabilità di padre di famiglia.

Provvidenziale, due anni or sono – l’ incontro con il produttore Peter Carson, che lo sprona

verso il tanto sospirato debutto. “Devil Don’ t Care”, inciso a Nashville con musicisti di

provata esperienza, è una piacevolissima rivelazione e si muove su un terreno dove gospel e

blues sono perfettamente complementari, pur concedendo generosi spazi a rock, pop e

sofisti-soul. Soprattutto ballate e tempi medio-lenti, che provengono dai songbooks di Gary

Nicholson, Leon Russell, Frankie Miller e Babyface, tra gli altri, e permettono alla voce di

Antry di rifulgere e svettare con la sua limpida e matura bellezza. Tra i nomi di pregio coinvolti nell ‘operazione, ci preme menzionare Dan Dugmore, formidabile suonatore di

“steel”, il giovane chitarrista rock-blues Anthony Gomes e l’ ex-vocalist dei Little Feat,

Shawn Murphy, che affianca Antry in tre titoli e si ritaglia spazi privilegiati nelle intense

“Prince of Peace” e “Get Up”.

C h r i s B a d N e w s B a r n e s - “ H o k u m B l u e s “ ( VizzTone)

Umorista satirico e pungente “comedian” con una lunga stringa di partecipazioni al

“Saturday Night Live”, “Chris “Bad News” (= “Brutte Notizie” ) Barnes è anche un bluesman

ormai molto apprezzato. Per questo atteso secondo album, che arriva a due anni di distanza dal brillante esordio di “90 Proof Truth”, Barnes focalizza la propria attenzione sul

cosiddetto “Hokum Blues”, genere molto popolare tra gli anni ’20 e ‘30 del secolo scorso,

per opera di bluesmen del calibro di Tampa Red, Georgia Tom e Big Bill Broonzy, detti proprio The Hokum Boys. Con testi ai limiti della decenza, che rigurdavano quasi sempre

aspetti scabrosi come gioco d’ azzardo, alcolismo, sessualità non solo etero e prostituzione,

l’ “hokum blues” visse un periodo particolarmente felice nell’ America del Proibizionismo e

della Grande Depressione. E Barnes, a proprio agio su questo terreno molto favorevole al

suo stile, interpreta con entusiasmo e irresistibile senso dell’ umorismo questa “old time

music” imbevuta di blues e più che mai fresca e contagiosa. Insieme a lui in questo esilarante viaggio nel passato , una formazione di straordinario valore, con autentici fuoriclasse del panorama newyorkese. Vale a dire Steve Guyger ( armonica ), Jimmy Vivino

( chitarra ) , Bette Sussman ( piano ), Will Lee ( basso ) e Shawn Pelton ( batteria ). Band da

brividi per un programma da gustarsi tutto d‘ un fiato. “You gotta hook ‘em with the Hokum ! “…Parola di W. C. Handy !

A n d r e w C h a p m a n a.k.a. J o J o - “ Well, It’ s About Time ! “ (UpIsland)

Questo disco – l’ esordio dell’ attempato texano Andrew Chapman – ha il sapore di una vera

e propria rimpatriata tra vecchi amici e di un filo diretto tra Texas e California. Incontratisi

per la prima volta in un piccolo club di Houston ad un concerto dei fratelli Winter, gli amici

di Chapman detto Jo Jo, sono soprattutto il bassista Terry Wilson e il batterista Tony Branaugel, ormai da tempo naturalizzati californiani. Nel 1972, come The Bloontz All Stars,

incisero un album e fecero da spalla all’ eroe locale Johnny Nash, giusto nel periodo del suo hit mondiale “I Can See Clearly Now”. Poi il gruppo si sciolse e Jo Jo, insofferente nei

confronti dell’ industria musicale e delle sue regole spietate, si ritrovò ad occuparsi di

tutt’ altre faccende. Ma il feeling con la musica si risveglia in tempi recenti e gli amici di sempre, che non avevano mai abbandonato la scena, sono pronti ad accoglierlo a braccia

aperte e a stendergli un tappeto rosso per questo debutto tanto sospirato. E come recita il

titolo e ribadisce Wilson nelle note di copertina, è arrivato il “momento giusto” per sviluppare il “progetto Jo Jo”. Registrato in differenti località ( L.A., Londra, Houston, Nashville e Mobile, Alabama ), l’ album s’ impone alla nostra attenzione per il suo spigliato

e convincente passo rock, con profonde venature soul, blues, funk e pop. La “songlist”,

costituita soprattutto da brani dello stesso Chapman, di Wilson e Shake Russell con

l’ innesto di qualche “cover”, risulta molto piacevole, con aperture melodiche di sicuro impatto. Bentornato Jo Jo !

T h e S h e r m a n H o l m e s P r o j e c t - “ The Richmond Sessions “ ( MC )

Il 2015 è stato un anno terribile per l’ anziano Sherman Holmes, con la scomparsa del

fratello Wendell e dell’ amico Posy Dixon, compagni di viaggio per quasi mezzo secolo nella

straordinaria avventura degli Holmes Brothers. L’ affiatato trio, a partire dal folgorante e

tardivo esordio di “In The Spirit” (1980 –Rounder ) si era conquistato la simpatia del mondo

intero ( Peter Gabriel, Willie Nelson, Van Morrison, Odetta, Bill Clinton…) , con quel verace

e sanguigno impasto di blues, gospel, country, soul e doo-wop, servito in uno stile fresco e

originale. Il colpo è stato devastante , ma Sherman ha saputo reagire con coraggio e , grazie

al prezioso apporto di formidabili artisti della Virginia, sua terra d’ origine, firma a 77 anni il primo meraviglioso album solista. L’ idea iniziale di un ritorno alle radici virginiane era

nata nel 2014, quando il trio fu invitato a Richmond da Jon Lohman, musicologo e direttore del Virginia Folklife Program, a partecipare a una serie di stages con giovani musicisti locali. I concerti ebbero un successo inaspettato e in quelle serate furono gettate le basi per un vero progetto di collaborazione musicale. “The Richmond Sessions” è lo stupendo risultato finale di questo lavoro comune. Un album che ripropone la genuina mistura di bluegrass, ruspante r’n’r, gioioso gospel, country e folk. Insomma, lo stile degli

Holmes Bros., con qualche piccola aggiunta. Il programma è incredibilmente ricco e variegato, con tre brani tradizionali e , soprattutto, canzoni di autori molto noti

( V.Gill, J.Fogerty, B.Harper, D.Penn, Holland-Dozier-Holland…). Joan Osborne, amica di

vecchia data degli Holmes, si unisce a Sherman per una stupenda versione di “Dark End Of

The Street”, brano principe del soul sudista; mentre il trio gospel delle Ingramettes fornisce

un tappeto vocale da favola per tutto l’ arco dell’ opera e si supera nella emozionante e magica “Wide River”. America Roots Music a livelli celestiali. Cinque stelle ampiamente meritate e forse qualcosa in più…

L e A l t r e N o v i t à :

Andrea Marr, Ghalia & Mama’s Boys, Shelly Waters, Downchild, Albert Castiglia, Kelly Z,

Popa Chubby, Jimmy Carpenter, Wee Willie Walker & The Anthony Paule Soul Orchestra,

Andy T Band, Doug Schmude, Johnny Rawls, Jon Strider, Dan Zanes And Friends, Terry Robb, Susan Kane, Doug Macleod .

D a l P a s s a t o :

Grateful Dead, Hank Williams, The Wild Ones, Tampa Red, Ella Jenkins .

B e n v e n u t i A B o r d o !

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M y s t e r y T r a i n - “ B l u e s G i r l s F r o m S e a t t l e “

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D i s c h i d e l l a S e t t I m a n a :

C h r i s C a i n - “ C h r i s C a i n “ ( Little Village Foundation )

Eccoci di fronte ad uno dei grandi misteri del blues contemporaneo. Come mai un artista

dotato come Chris Cain è così poco conosciuto e continua ad esibirsi in piccoli clubs, per

una manciata di persone ? Se lo chiede anche Joe Bonamassa, sulle note di copertina di

questo nuovo album del bluesman di San Josè, California. Forse perché Cain non si è mai

allontanato molto dalla Bay Area, per promuovere i suoi dischi e dare slancio alla propria carriera. Può darsi…Chris Cain è sulla scena da più di trent’ anni e una dozzina di eccellenti lavori disseminati nel tempo con una certa parsimonia. Con un timbro

vocale che si pone a metà strada tra il lucido dinamismo di B.B.King e il posssente shout di

Big Joe Turner e un tocco chitarristico vicino a un altro Re ( Albert ), ma più propenso a rifiniture jazzy, Cain torna all’ incisione a sette anni di distanza dal precedente “So Many

Miles”. Il nuovo album, pubblicato dall’ etichetta no-profit fondata dal tastierista Jim Pugh

e registrato ai Greaseland Studios del norvegese Kid Andersen, lo vede attorniato da una

manciata di strumentisti locali di altissimo valore. Tra gli altri Tony Branaugel ( batteria ),

Larry Taylor ( basso ), la sassofonista Nancy Wright e gli stessi Pugh e Andersen. In scaletta

dieci titoli – otto originali e due covers di Eddie Vinson e Albert King – in cui Cain si destreggia con merito anche a pianoforte e sax. Passione, calore, tecnica strabiliante e, come sempre, tanta modestia : Chris ci conquista ancora una volta con le sue armi migliori.

Michele D’ Amour And The Love Dealers – “Lost Nights At The Leopard Lounge”

( Warrior Poet )

Non ci siamo dimenticati una “elle”, il suo nome è proprio Michele. Bambina prodigio

– a soli sei anni compone canzoni e suona il piano – inizia presto ad esibirsi anche come

cantante nel coro di una chiesa di West Seattle. Poi arriva l’ infatuazione per la poesia.

Ma è la musica la vera grande passione. Ed eccola oggi, dopo anni di gavetta con molti

gruppi locali, a guidare il trio dei Love Dealers: Ryan Higgins ( chitarra ) , Patrick McDaniel

( basso ) e Ronnie Bishop ( batteria ). Due dischi alle spalle – “Sin Comin’ On (2014), “Ante

Up (2015) – e adesso questo nuovo lavoro, con un titolo che profuma di vita notturna e

atmosfera da club. “Le Notti Perdute al Bar del Leopardo” fotografano una band in piena

forma, dinamica e molto propensa a regalare ritmo e buonumore ai propri blues. Una vera

“party-band” in grado di riempire la pista da ballo a tempo di rhythm & blues.

L’ ultima traccia, “Black Cat Boogie” è dedicata ai bambini. La band è stata infatti più volte

protagonista di eventi estivi pomeridiani con una larga partecipazione infantile. Il blues solo musica per anziani ?… Ma figuriamoci !

S t a c y J o n e s - “ L o v e I s E v e r y w h e r e “ ( Autoprodotto )

Ancora una bluesgirl da Seattle, Washington. Si tratta di Stacy Jones, giovane artista con una notevole esperienza alle spalle. La sua già nutrita discografia – sei albums all’attivo -

si arricchisce di un ulteriore tassello con questo nuovo disco, registrato nella sua città e

prodotto in compagnia di Floyd Reitsma, già tecnico del suono con i Pearl Jam e Dave

Matthews. La bionda Stacy è valente polistrumentista – suona dobro, chitarra acustica e

ritmica, armonica, Hammond B3 e piano – oltre a cantare e a firmare gli undici brani della

playlist. E anche in questa occasione si conferma ancora una volta abilissima nell’ armonizzare gli elementi soul, country, blues e r’n’r, che sono i tratti distintivi del suo stile.

Qualcuno ha descritto le sue composizioni come un affascinante incrocio fra il potente tuono blues di Howlin’ Wolf e la disarmante onestà di Lucinda Williams. Suggestivo.

Ci preme segnalare, in particolare, la “title-track”, composta subito dopo la tragedia del

nightclub di Orlando; lo strumentale “Stomp Jump Boogie”, che la vede duellare con il

leggendario armonicista Lee Oskar, suo idolo indiscusso e “Can’ t Find Love”, con l’ inizio

preso a prestito da “These Boots Are Made For Walking”, hit per Nancy Sinatra nel 1966.

S c o t t i e M i l l e r B a n d - “ S t a y A b o v e W a t e r “ ( Autoprodotto )

In forte ascesa la carriera di questo cantante, pianista e compositore, proveniente da Minneapolis, Minnesota. Più volte tastierista ufficiale in tour con la texana Ruthie Foster,

Miller ha scritto recentemente con l’ affermata “signora in blues” di Austin “I Was Called”,

una canzone che figura nell’ imminente album dei Blind Boys of Alabama. Ma è questo nuovo passo discografico a colpirci in modo particolare. Nelle dodici tracce interamente

autografe Miller riversa il suo intenso ed esuberante stile, un fumante amalgama di

soul, blues, r’n’b stile New Orleans, gospel, r’n’r e altro ancora. Il tutto suonato con il

prezioso apporto della band formata dai fedeli Patrik Allen ( chitarre ), Dik Shopteau (basso)

e Mark O’Day (batteria) e un agguerrito quartetto di fiati. Particolarmente apprezzabile il cameo della prestigiosa Foster, che offre il suo supporto vocale nella gustosa “Keep This

Good Thing Going” e altrettanto interessante “It Better Groove”, con un titolo che è tutto un

programma. Il critico Tom Hyslop ha scritto di Miller sulle pagine di Blues Music Magazine:

“ E’ come Dr. John che incontra The Band a casa di Springsteen”. Pronti a sottoscrivere senza alcuna esitazione.

L e A l t r e N o v i t à :

Ruthie Foster, Kelly Z, Kalo, James Armstrong, Mojo Monkeys, Chris Bad News Barnes,

Johnny Oskam, Mindi Abair And The Boneshakers, Val Starr & The Blues Rocket,

De Johnette, Grenadier, Medeski & Scofield, Savoy Brown, Jazzmeia Horn, The Flyin’ A’ S,

Ilana Katz, Willa Vincitore, Wee Willie Walker And The Anthony Paule Soul Orchestra,

Craig Cassler, Rob Lutes, Alex Lopez, Bill Frisell & Thomas Morgan.

D a l P a s s a t o :

Ike & Tina Turner, The Band, The Everly Brothers, Nancy Sinatra, Joseph Spence.

B e n v e n u t i A B o r d o !

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